Quali tasse si pagano su un conto corrente?

Nel vasto panorama finanziario, è noto, le valutazioni necessarie, per una scelta oculata prima di aprire un conto corrente, sono legate non tanto al tasso d’interesse concesso, che sappiamo essere ormai abbastanza omologato fra le proposte di tutti gli istituti di credito, compresa la sezione BancoPosta di Poste Italiane, ma soprattutto all’analisi delle varie spese, fisse e variabili, a cui si andrà incontro per la gestione del conto stesso.

Fra queste, una voce rilevante spetta alle tasse, da versare, con modalità ed importi diversi, che vedremo, in base alle attuali norme in materia fiscale, oltre ai casi in cui è prevista l’esenzione. Vediamo allora quali sono i tributi che si devono pagare in virtù delle somme depositate sul conto corrente, e quali soggetti ne risultano esonerati.

In sostanza, i costi da pagare, in questo senso, sul conto corrente sono l’imposta di bollo, di importo fisso e obbligatoria per legge, e la ritenuta fiscale sugli interessi creditori maturati sul conto.

L’imposta di bollo

Introdotta con il Decreto Salva Italia del Governo Monti nel 2012, l’imposta di bollo è dovuta allo Stato da tutti i titolari di conto corrente, in qualità di persone fisiche, che presentano una giacenza media superiore ai 5.000 euro. Per quanto riguarda, invece, le persone giuridiche, non è previsto un limite di giacenza, in quanto la tassa è comunque dovuta su base annua. Per entrambe le situazioni, i tributi vengono così suddivisi:

  • Persone fisiche: l’imposta di bolloammonta a € 34,20 all’anno, che possono anche essere ripartiti in 4 rate da € 8,55 su base trimestrale oppure da 12 a € 2,85 al mese, o ancora al momento dell’emissione dell’estratto conto finale, ogni 31 dicembre, in un’unica soluzione, relativa al periodo rendicontato anche nell’eventualità di apertura e/o chiusura durante l’anno solare
  • Persone giuridiche: di qualunque tipologia si tratti la società, la tassa ammonta a € 100, sempre all’anno, ed ogni banca ne stabilisce, di concerto con lo stesso cliente, la tempistica di riscossione, a volte anticipandola direttamente allo Stato, per poi rivalersi, nel corso dell’anno, sulle spese del titolare del conto corrente aziendale

Tali importi e modalità sono regolamentati dall’Amministrazione Finanziaria con le circolari n. 48 del 21/12/2012 e successiva n. 15 del 10/5/2013, e si riferiscono a depositi, oltre che di conto corrente, anche per i libretti di risparmio, sia bancari sia postali, e pure se un titolare intrattiene più rapporti, singoli o cointestati, tanto che, in quei casi, deve essere versata un’imposta di bollo per ognuno di questi contratti.

Va da sé, comunque, che, parlando di un titolare “persona fisica”, quando il valore medio di giacenza del suo conto non supera i 5.000 €, la normativa prevede l’esenzione della tassa.

Che cos’è la giacenza media e come calcolarla

Come abbiamo detto, la giacenza media è un valore determinante per il calcolo dell’imposta che dobbiamo versare per la gestione del conto corrente. A riguardo, possiamo anche dire che tale importo delimita quella che in gergo bancario viene definita “no tax area” e che si riferisce, appunto, al margine di deposito entro cui non vengono pagate tasse: il limite attuale, che è lo stesso dall’entrata in vigore del decreto, vale a dire i 5.000 euro, rappresenta lo spartiacque per la riscossione del tributo.

La somma, però, non viene calcolata, per esempio, a fine anno o ad ogni trimestre, ma segue, appunto, il criterio della giacenza media, in modo da evitare che, per esempio, un eventuale correntista possa, giunto alla soglia della cifra, prelevare del contante per abbassarla e scongiurare così il pagamento dell’imposta.

E allora, come si calcola questa giacenza media? Seguendo questo schema, il valore può essere quantificato in maniera molto semplice, come una qualsiasi voce dell’economia domestica, anche se non sempre, in effetti, si ha il tempo (o la voglia) di cimentarsi in certi conteggi finanziari… Ad ogni, buon conto, per i correntisti più precisi, l’ideale sarebbe:

  • Scrivere in colonna, giorno per giorno, la giacenza del proprio conto corrente, abituandosi a farlo anche se, non quotidianamente, possono avvenire movimenti
  • Sommare, a fine anno, ogni cifra riportata
  • Ottenuto il totale, dividerlo per il numero dei giorni in un anno, logicamente 365 o, nel caso di un bisestile, per esattamente 366
  • Se il risultato è superiore a 5.000, l’imposta di bollo di 34,20 euro diventa, per quell’anno, obbligatoria.

Ovviamente, l’Istituto di credito (banca o posta) non programma un calcolo così elementare, ma lo segue a livello automatico, da meccanismi contabili che, riscontrata la giacenza media superiore al limite previsto, provvederanno ad addebitare l’imposta che, ricordiamo, in quanto tale non finirà nelle casse della banca, ma in quelle dello Stato Italiano. Ed è proprio la banca che agisce come sostituto d’imposta, in quanto trattiene le somme prelevate dal cliente relative a questo tributo per poi versarle all’Erario, con un procedimento automatico, senza che il titolare del conto si debba quindi preoccupare di rispettare la scadenza. Concordando con l’istituto, è facile ottenere, eventualmente, anche la rateizzazione del pagamento, senza che questo avvenga in un’unica soluzione annuale.

La ritenuta fiscale sugli interessi creditori

Oltre all’imposta di bollo poi, come dicevamo all’inizio, se la banca riconosce degli interessi attivi sulle somme depositate sul conto corrente, bisogna versare anche una ritenuta fiscale, in realtà, dunque, una seconda tassa. Tali interessi possono maturare per il deposito di un certo capitale che può essere riutilizzato in un investimento per operazioni finanziarie.

In base ai rincari in pochi anni (in quanto, sempre con il Governo Monti, l’aliquota era già salita dal 12,5% al 20% dall’1/1/2012 fino al giugno 2014, mentre dal luglio dello stesso anno la percentuale di ritenuta fiscale è aumentata sino al 26%, tutt’ora vigente, voluta dal Governo Renzi), l’Italia, con questa imposta, di fatto, risulta in linea con l’Europa sulla tassazione del risparmio gestito.

Per determinare gli interessi e, di conseguenza, la ritenuta sul conto corrente, è sufficiente, anche in questo caso, effettuare un semplice calcolo, che si ottiene grazie alla seguente formula:

  • Capitale depositato * tasso di interesse annuo * tempo / 36500

Oltre che sui conti correnti, la percentuale del 26% si applica anche agli interessi derivanti da:

  • Certificati di deposito
  • Polizze Vita
  • Proventi da Risparmio gestito
  • Interessi su titoli obbligazionari italiani ed esteri
  • Dividendi non qualificati e non provenienti da società localizzate in paradisi fiscali
  • Proventi dei fondi comuni di investimento italiani e/o UE

La tassa sul capital gain costituito dagli interessi delle rendite finanziarie viene dunque riscossa altresì sul dossier titoli o conto deposito (che, di fatto, potrebbe essere associato al conto corrente). Conosciuto anche con il termine di plusvalenza o “guadagno in conto capitale”, il capital gain deriva dalla differenza tra il prezzo di vendita e quello di acquisto di uno strumento finanziario e, nel linguaggio bancario, spesso viene associato solo ai titoli azionari, anche se in realtà può essere realizzato scambiando, per esempio, quote societarie piuttosto che obbligazioni o valute.

Nel nostro Paese, pertanto, come disposto dal D.L. del 6/12/2011, n. 201, tutti gli strumenti finanziari devono essere assoggettati a tassazione, anche quelli che non sono tangibili materialmente, come, per esempio, i buoni postali fruttiferi e i fondi comuni di investimento.

E’ possibile aprire un conto corrente senza l’aggravio dell’imposta di bollo?

Come abbiamo visto, l’imposta, per una giacenza media superiore a 5.000 €, risulta obbligatoria per i titolari di conto corrente, ma, poiché il marketing degli istituti di credito è sempre alla ricerca di nuove forme di attrazione della clientela, fra le tante strategie alcune banche possono proporre l’esenzione dal pagamento dell’imposta di bollo. In realtà, si tratta semplicemente di un espediente, in quanto è la stessa banca che si fa carico dell’importo da versare all’Erario, scontando poi, in realtà, altre spese, intendendo così presentare una sorta di “offerta” al cliente che potrebbe essere attratto da questi conti correnti apparentemente più convenienti.

Si consiglia, dunque, al momento della scelta dell’istituto di credito con cui aprire un nuovo conto, una valutazione globale dei costi complessivi, poiché, nel caso dell’apparente esonero, la somma sarebbe comunque necessariamente recuperata dalle spese delle operazioni connesse al conto stesso e, dunque, non bisogna lasciarsi incantare da sconti o promozioni esagerate, che poi non troverebbero fondamento nel conteggio totale.

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